Il taglio della torta

di Giancarlo Avolio

Supponiamo di trovarci ad una festa di compleanno e di essere stati proprio noi a fare gli inviti, ordinando nel contempo la torta al pasticciere.

Ci aspettiamo 10 persone quando, a cose ormai fatte, scopriamo che gli invitati sono in effetti ben 15, cinque in più della nostra moderata stima iniziale. Come gestiamo questo problema cercando di accontentare tutti ed evitando brutte figure?

Con un minimo di buon senso e senza gettarci nello sconforto eseguiamo un'operazione assai semplice: invece ti tagliare la torta in 10 parti, la dividiamo in 15 fette un po' più piccole. In tal modo tutti avranno il piacere di deliziarsi con le bontà del pasticciere e nessuno farà ritorno a casa recriminando una mancata attenzione nei suoi confronti.

Immaginiamo adesso che la torta sia una rappresentazione simbolica dell'offerta di lavoro complessivo di una nazione e che gli invitati siano tutti quelli che lo chiedono in cambio di un reddito. Come le statistiche sul tasso di disoccupazione purtroppo dimostrano da anni, ci troviamo di fronte ad una "torta" fin troppo piccola rispetto alla quantità di persone che vorrebbero avere accesso ad essa, affrancandosi così dalla triste situazione di non riuscire a guadagnare uno stipendio e poter progettare un futuro stabile e sereno.

Eppure quel semplice gesto descritto sopra, carico di buon senso e per certi versi risolutivo, è del tutto precluso a chi dovrebbe regolare il funzionamento del mercato del lavoro, rigido nel suo inspiegabile cammino su binari ormai discutibili e rivelatisi fallimentari, a meno di non ritenere accettabile che in alcune aree del paese solo un giovane su 2 riesca a trovare un lavoro, lasciando un suo coetaneo ai margini e schiavo della precarietà.

Uscendo dalla metafora fin troppo abusata, una discussione seria e non ideologica sulla riduzione dell'orario lavorativo sarebbe urgente e necessaria.

Naturalmente l'obiettivo dovrebbe essere perseguito senza trascurare l'altro, altrettanto importante, di far si che l'offerta di lavoro complessiva aumenti (la torta diventi più grande). Tuttavia non ipotizzare di ridurre l'orario in modo da distribuire il carico su più persone semplicemente equivale a disinteressarsi del disagio sociale ed economico vissuto da fasce sempre più ampie di popolazione, pur istruite e abili a lavorare (la disoccupazione è notevole anche per i possessori del titolo di studio più alto, la laurea).

L'obiezione mossa su questo punto da numerosi economisti è di norma la seguente: i costi delle aziende salirebbero, la loro competitività internazionale calerebbe e gli effetti benefici in breve tempo sarebbero annullati.

Possibile; tuttavia delle contro-obiezioni sono più che legittime. Le domande seguenti cercano quindi di esemplificarle: perché, in Francia, la riduzione da 40 a 35 ore lavorative settimanali è stata possibile e da diversi anni regola il mercato del lavoro di uno dei paesi più avanzati d'Europa, senza generare i danni che da noi vengono prospettati? Perché nel nostro paese esistono già lavoratori che fanno 36 ore settimanali (quelli pubblici) ed altri che ne fanno 40 (quelli privati), a sostanziale parità di salario? Gli eminenti economisti che bocciano qualsiasi apertura tesa a distribuire meglio il carico del lavoro non erano gli stessi che prevedevano crescita economica inesauribile e benessere diffuso, salvo poi restare senza convincente spiegazione al verificarsi della crisi economica più grave degli ultimi secoli?

Infine una riflessione che troppo superficialmente si tende a non proporre: con l'aumento del tempo libero (almeno 5 ore settimanali inizialmente) probabilmente diversi settori dell'economia potrebbero trarre giovamento; le persone, infatti, disporrebbero di queste ore per "fare delle cose", ad esempio nuovi acquisti che viceversa non avrebbero fatto, richiesta di nuovi servizi verso cui non si sarebbero orientati, maggiori spostamenti che per mancanza di tempo non avrebbero mai pianificato.

Insomma, forse alcune aziende sarebbero costrette a migliorare la propria efficienza per mantenere gli stessi ritmi di crescita (il che è paradossalmente benefico) ma altre avrebbero nuovi clienti inaspettati, migliorando i propri profitti.

Complessivamente si potrebbe raggiungere un triplice risultato: diminuire il tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile) , aumentare i profitti di settori dell'economia ad oggi trascurati e, perché no, rendere le persone un tantino più libere di gestire meglio il rapporto tra vita lavorativa e vita privata .

E' necessario però, per far ciò, che si introducano preventivamente concetti nuovi nella cultura di massa, dominata dal pensiero unico "neo-liberista": esempi "positivi" di persone che si dedicano solo ed esclusivamente al lavoro (trascurando il proprio io) andrebbero leggermente ridimensionati a favore di quelli che oltre a lavorare (in modo proficuo ovviamente) hanno anche degli interessi, come leggere, scrivere, fare sport, viaggiare o andare a teatro.

Tutte cose che gli italiani, non a caso, fanno sempre meno, senza per questo provare un pizzico di sano imbarazzo.

 

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