Scusa ma… basta con questo mediocre cinema italiano

di Giancarlo Avolio

Le classifiche del botteghino possono forse affermare il contrario, ma la realtà più evidente è la mediocrità ormai patologica del cinema italiano.

A parte rare eccezioni, rappresentate per lo più da buoni film sulla storia del terrorismo, sulla mafia o per contro da qualche commedia d'autore, come quelle solitamente gradevoli di Carlo Verdone, assistiamo, ormai stanchi e rassegnati, al succedersi di film dalle piccole, piccolissime pretese in termini di qualità.

Possibile che per sbancare al botteghino sia proprio necessario ripetere, con cadenza biennale film quali "Scusa ma ti voglio sposare" (che tra l'altro, in lingua italiana, è una frase di rara bruttezza), "Scusa se ti chiamo amore", "L'ultimo bacio", "Baciami ancora" e così via?

Questo per non parlare del fenomeno dei cosiddetti "cine-panettoni" natalizi, interpretati dal pur bravo Cristian De Sica; questi ultimi forse fino a pochi anni fa potevano anche rappresentare un divertente svago mentre oggi, dopo qualche decina di "edizioni" ambientate in giro per il mondo (India, Egitto, Miami, New York, Rio, Beverly Hills, solo per citarne alcune destinazioni) hanno del tutto esaurito la loro carica di novità rappresentando, ormai, soltanto la parodia di se stessi.

Eppure le possibilità di ridare uno slancio al cinema italiano non mancherebbero.

Film interessanti e di qualità vengono di tanto in tanto prodotti ma, non essendo adeguatamente sostenuti da importanti società di produzione e distribuzione, arrivano in pochissime sale, che magari li "recuperano" proiettandoli durante le serate dedicate al "cineforum".   

Sul banco degli imputati, dunque, ci sono questi soggetti economici palesemente rinunciatari ad affrontare investimenti ritenuti ingiustamente rischiosi, limitandosi a produrre film sempre uguali a se stessi o ancora, più comodamente, distribuendo unicamente quelli fatti all'estero e già di successo.

E' così che interi generi, a mio modo di vedere di impatto e adattabilissimi al contesto socio-culturale italiano, non riescono nemmeno in minima misura a rientrare nelle proposte cinematografiche nazionali. Se in certi casi questo è forse inevitabile, come quello della fantascienza e del fantasy, dove occorrono fortissimi investimenti che solo l'industria hollywoodiana può mettere in campo, per altri invece tale scelta appare del tutto incomprensibile; pensiamo ai generi giallo-thriller-noir sistematicamente trascurati al punto da farci immaginare, inconsciamente, storie del genere credibili soltanto se ambientate a New York, Los Angeles o città del genere.

Che miopia!

Accade inoltre, a peggiorare ancor più la già disastrosa situazione, che le nostre case cinematografiche rinuncino volontariamente a realizzare veri e propri possibili successi di vendita, senza alcun rischio.

Un caso eclatante è dato dal romanzo "Io uccido" di Giorgio Faletti, tra i maggiori successi della letteratura di genere thriller italiana degli ultimi anni grazie ai suoi milioni di copie vendute, in Italia e all'estero. Ebbene, quello che sembrava ovvio, ovvero produrre un film tratto da questa storia che di sicuro avrebbe attirato al cinema centinaia di migliaia di suoi appassionati lettori è rimasto, invece, un successo tutto teorico. Incredibile!

Eppure non si tratta dell'unico sfortunato caso... Se ne potrebbero citare tanti altri di esempi...

Perché per un regista e produttore americano è scontato trasporre cinematograficamente gli straordinari best-seller di Dan Brown, facendo diventare "Il Codice Da Vinci" o "Angeli e Demoni" successi planetari e, invece, per il nostro paese questo non si fa, rinunciando allegramente a facili guadagni?

La domanda è banale.

La risposta, invece, difficilissima.

 

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