Se solo avessi più tempo...

di Giancarlo Avolio

<< Se solo avessi un po' più di tempo farei... >>

Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase e quante volte, con un leggero senso di frustrazione, l'abbiamo pronunciata anche noi.

Il problema del rapporto tra tempo dedicato al lavoro e tempo dedicato alla vita privata è sempre stato, storicamente, al centro delle trasformazioni sociali e delle correnti di pensiero; ciò non soltanto per le ovvie implicazioni nella vita di una persona e nel complesso della collettività, ma anche perché, a ben guardare, esso si intreccia pesantemente con l'idea che ciascuno di noi ha del "progresso".

E' utile, a tal riguardo, un brevissimo cenno storico per inquadrare meglio la questione.

All'inizio del ‘900, l'orario di lavoro passò dalle 10-12 ore quotidiane alle 8 ore per un totale di 48 settimanali; si lavorava cioè 6 giorni su 7 con un solo giorno di riposo settimanale.

Per la prima volta, nel 1920, vennero istituiti, mediante accordo sindacale, 6 giorni di "ferie" retribuiti all'anno, concetto fino ad allora assente (la regola era quella del guadagno a fronte di lavoro e quindi nessuna retribuzione nei giorni di assenza).

Tra gli anni '30 e gli anni '60 vi fu un ulteriore progressiva riduzione dell'orario settimanale, passato dalle 48 ore settimanali alle 44-46, a seconda delle categorie. Parallelamente crebbero in quegli anni, assieme ad altre forme di diritto dei lavoratori, il numero di giorni di ferie retribuiti, passati dai 6-8 annuali ai 12-15.

Bisogna attendere però soltanto gli anni '70 per giungere al modello che oggi conosciamo: 40 ore settimanali (ovvero 2 giorni di riposo settimanale) e 25-30 giorni di ferie annuali retribuite.

E' interessante notare, tra l'altro, che queste riduzioni progressive del secolo scorso avvennero, con vicende altalenanti talora di segno opposto e, in ogni caso, grazie a dure lotte della classe lavoratrice, sempre a parità di salario.

Perché è importante osservare questa tendenza?

A mio parere per 2 motivi fondamentali: da un lato per immaginare il futuro, magari non prossimo, ma di certo inevitabile e dall'altro, come detto prima, delineare meglio l'idea, spesso incompleta nei ragionamenti di alcuni, di "progresso umano".

Come si vede, ciclicamente, nel secolo scorso, ad intervalli di circa 20-30 anni furono varate, a seguito di sempre più forti rivendicazioni sindacali, ripetute riduzioni del 5-10 % dell'orario di lavoro settimanale (a parità di salario) e un parallelo aumento delle giornate di riposo o di ferie annue.

E' legittimo dunque attendersi, a breve, una nuova rivoluzione su questo fronte?

La ragione e il buon senso direbbero di si, ma è qui che, secondo me, qualcosa si è "interrotto".

Questo qualcosa, non definibile in modo semplice, ha molto a che vedere con l'idea di progresso attualmente in voga nella nostra cultura, troppo influenzata da teorie economiche iper-liberiste e freddamente monetariste. Non solo, infatti, l'idea stessa di ulteriore riduzione dell'orario di lavoro viene respinta aprioristicamente come relitto "comunista" e pericoloso "virus" anti-economico (basti pensare alla povera sorte del primo governo Prodi, pronto a presentare, pur in modo travagliato, una legge sulle 35 ore settimanali a parità di salario), ma, se si osserva con attenzione il modello vincente proposto nei dibattiti, questo è quasi sempre identificabile in quello del lavoratore instancabile, pronto a sacrificare se stesso, i propri affetti e i propri interessi privati a favore della causa lavorativa.

Troppo spesso si assiste a pubbliche lodi di coloro che impegnano totalmente le proprie giornate dedicandosi, quasi esclusivamente, al lavoro, magari andando, in molti casi, ben al di là delle 8 ore quotidiane, con ricorso ormai abituale a quelle "straordinarie".

La cultura dominante è questa e chiunque provi a metterla anche leggermente in discussione viene osservato come un alieno o peggio ancora come un potenziale "disturbatore".

Eppure un'idea corretta e sana di progresso imporrebbe non soltanto, come accade già, la convinzione che lo sviluppo umano richiede un maggior numero di beni da progettare-costruire-smaltire (il che ovviamente comporta un maggior carico di lavoro) ma anche che questo "aumento di lavoro" debba essere distribuito su un maggior numero di persone, lasciano a ciascuno maggior tempo libero, utile a perseguire e concretizzare i propri interessi e i propri hobby.

A ben guardare, infatti, questo comporterebbe 2 vantaggi inequivocabili: da un lato, probabilmente (anche se su questo gli economisti sono divisi), una riduzione della disoccupazione, giunta a livelli intollerabili e alla quale assistiamo inermi e disinteressati, e, dall'altro, una ripresa di interi settori economici perennemente in crisi. Spesso, infatti, si parla di "industria del tempo libero", riferendosi a quei settori quali ad esempio editoria, cinematografia, beni culturali, turismo, sport che soffrono non tanto di una carenza di domanda bensì di una difficoltà di quest'ultima a diventare "reale".

Ci si stupisce, ad esempio, che un italiano legga meno di 10 libri all'anno, non pratichi regolarmente uno sport, non visiti mai o quasi mai musei, non vada a teatro e così via; tuttavia troppo poco ci si interroga sul fatto che quello stesso italiano, lavorando in media 8 ore al giorno, alle quali vanno sommate 1-2 ore di spostamento per recarsi sul posto di lavoro e un'altra dedita alla pausa pranzo, manca da casa propria sostanzialmente dalle 10 alle 11 ore quotidiane. Lasciando le altre al sonno e ai normali servizi utili a mandare avanti una casa (come la spesa, per citare un esempio banale) cosa resta dunque?

Forse soltanto una cosa... il tempo sufficiente a sussurrare una frase, con voce flebile e un leggero senso di frustrazione: << Se solo avessi un po' più di tempo farei... >>

 

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