Una telefonata nella notte

 

 

Ero tornato il giorno prima da un lungo week-end al mare, con la mia famiglia. Tutti e tre soddisfatti di aver trascorso il “ponte” del 25 Aprile nel consueto “ritiro” di Gaeta, già quasi pronta per l’imminente stagione estiva.

Dopo il classico lunedì in ufficio, un po’ più pesante del solito, complice la mente “ancora rivolta” alla breve vacanza, in serata chiamo i miei per sapere se è tutto ok; bene, dice mia madre… a parte quella che,inconsciamente,noto come una piccola stranezza: mio padre aveva riposato, e non poco, nel pomeriggio a causa di un leggero ma persistente mal di testa. Fatto insolito per lui: non tanto il mal di testa, che di tanto in tanto aveva come tutti, ma l’aver dormito, cosa che, durante la giornata, non faceva mai.

Il fatto mi colpisce, mi inquieta leggermente, ma cerco di reprimere subito questa strana sensazione sincerandomi che in quel momento il tutto fosse rientrato. Così era: aveva cenato regolarmente e stava vedendo la TV, come ogni sera.

Chiudo la telefonata. Torno alle mie cose, qualche giochino con mia figlia… fin quando la stanchezza ha la meglio e il letto diventa, non solo per me ma anche per mia moglie, l’approdo più naturale.

Il sonno è pesante, la stanchezza si fa sentire.

Qualche ora dopo, tuttavia, il cellulare, riposto come sempre su una mensola nel soggiorno di casa, inizia improvvisamente a squillare. Mi sveglio di soprassalto, guardo immediatamente l’orario: le 4.00 o giù di lì.

Chi mi può cercare a quell’ora della notte? Mi volto dall’altra parte incrociando lo sguardo di mia moglie, anche lei ovviamente spaventata.

Per rassicurarla, alzandomi, le dico che sarà un errore. Al più uno scherzo di pessimo gusto.

Vado a controllare di corsa, sperando che,intanto, la suoneria musicale non abbia svegliato mia figlia: dorme ancora, beata nella sua cameretta. Meno male!

Non appena arrivo al telefono, la visione del display mi blocca: la paura, a quel punto, diventa seria e concreta.

Casa dei miei.

La mano inizia a tremare leggermente:“pronto?”

Altra sorpresa, quasi paralizzante.

Dall’altro capo della linea non c’è né mia madre né mio padre, ma un caro zio, che abita nel loro stesso parco. Mi dice, come si usa incredibilmente in questi casi, di non preoccuparmi, informandomi contestualmente che era lì, insieme a medici e infermieri del 118,in precedenza chiamati da mia mamma; mio padre, nella notte, non si era sentito bene. Erano in procinto di trasportarlo al Cardarelli, il più grande ospedale della città.

Mi consiglia di andare direttamente lì perché stavano per partire, al seguito dell’ambulanza.

Tra l’altro, io abito molto vicino al Cardarelli. Chiudo e torno, sempre correndo, da mia moglie. Mi vesto in un tempo fulmineo, che non riuscirei davvero a quantificare. Mia moglie vorrebbe seguirmi ma non può: c’è la bimba che dorme.

Le dico che ho un po’ paura, la situazione non mi fa pensare a nulla di buono, ovviamente. Il pensiero va subito alla precedente telefonata, serale… a quel mal di testa e all’insolita dormita pomeridiana… E poi, in ogni caso, perché a chiamarmi non è stata mia mamma? Perché addirittura un’ambulanza era già li?

Nulla;non è questo il tempo delle domande.

Scendo le scale, esco dal palazzo e corro verso il garage, nel buio della notte. Parto con la macchina, ancora incredulo. Non è un incubo,sono io che sto correndo verso il Cardarelli alle 4.30 di notte.

Parcheggio proprio di fronte al Pronto Soccorso, senza rendermi conto che, al mattino seguente, la mia macchina avrebbe bloccato l’uscita di un autolavaggio, costringendo il gestore a spostarla manualmente sollevandola a forza.

Entro guardandomi attorno. Alcune persone attendono;non c’è ombra dei miei.

Chiamo al telefono mia mamma. Stanno arrivando;devo attendere.

Minuti che non passano mai.

Improvvisamente sento le sirene avvicinarsi. Esco fuori, l’ambulanza parcheggia. Gli infermieri accompagnano verso l’interno un paziente, disteso in barella. E’ lui; mi avvicino con andatura incerta anche se iniziano a correre verso l’interno. Ha il pigiama, gli occhi chiusi e le due mani sulla fronte.

Non riesco a parlargli ma, forse, non mi avrebbe comunque sentito. Entrano in un corridoio che porta ad altre sale attrezzate per le emergenze. La porta si chiude. Mi giro e vedo mia mamma con altri zii e perfino un carissimo amico nonchè ex collega di lavoro di mio padre, residente nello stesso suo parco, che mi vengono incontro.

Chiedo cosa sia accaduto.

Mia mamma, visibilmente spaventata, con voce rotta mi risponde che durante il sonno, molto tormentato e rumoroso, aveva provato a chiedergli se tutto andasse bene. Svegliatosi, aveva accusato un terribile mal di testa. Fortissimo, in piena fronte. Aveva quindi provato ad alzarsi ma non c’era riuscito.

Da qui la chiamata al 118 e a chi, abitando a due passi, poteva aiutarla nell’attesa.

Intuisco che qualcosa di grave sta accadendo. Intanto i minuti passano e non abbiamo notizie. L’attesa è snervante, un tormento che non dà pace. Ogni volta che la porta del corridoio si apre corro a vedere se ci siano novità, ma niente.

Dopo un po’, tuttavia, esce un medico. Giovane ma, all’apparenza,molto sicuro di se. Chiama a rapporto qualche parente da informare.

Tocca a me, mia mamma non è in condizioni tali da reggere. Almeno per ora.

Mi presento. “Sono il figlio”.

Con voce e tono professionale, inevitabilmente fredda, mi da la diagnosi: Ictus. In particolare, emorragia cerebrale subaracnoidea provocata dalla rottura di un’aneurisma.

Sento come se mi avesse dato un cazzotto in pieno volto, ma resto aggrappato, quasi fisicamente a lui, per chiedergli come sta al momento. Domanda banale, forse no.

Non è in coma e risponde agli stimoli. Un buon segno. Vorrei chiedergli altre cose ma lui mi lascia per rientrare. L’emergenza è tutta da gestire.

In un attimo siamo tutti vicini, mia mamma mi abbraccia. Non ricordo di preciso se abbia sentito con me la diagnosi oppure sono stato io a riportargliela. Ci abbracciamo un attimo e poi, con gli altri zii, ci sediamo sulle scomode sedioline del pronto soccorso.

Passa un’altra mezz’ora. Lui è sempre lì dentro.

Devo informare mio fratello che abita in un’altra città, fuori regione. Tuttavia non posso dirgli proprio tutto. Ha un viaggio in macchina da affrontare e non conviene rischiare che la fretta e la velocità diventino un pericolo. La telefonata non va a segno; segreteria telefonica. Sbuffo. Evito di chiamare a casa: anche lui ha dei bambini che credo stiano dormendo. Attendo che si facciano le 6 del mattino. Giunti a quell’ora riesco a sentirlo.

“Ciao, perchè mi chiami a quest’ora?”

Lo informo, restando sul vago, dicendogli che siamo in attesa di esami per capire cosa abbia papà. Lui vorrebbe farmi mille domande ma gli dico di venire appena può. Chiude la telefonata assicurandomi che sarebbe partito subito e, in un paio d’ore, sarebbe arrivato.

Dopo un po’ la porta del corridoio finalmente si apre; lo rivedo. Mi sembra più sveglio di prima, ma anche più dolorante. Molto di più. Ripete in continuazione che gli fa male la testa.

Lo portano, sempre in barella, con noi al seguito, al reparto di Neurochirurgia.

Saliamo anche noi. Ci posizionano temporaneamente in corsia, anche se un posto dovrebbe in mattinata liberarsi.

Mentre sto vicino a lui, cercando invano di consolarlo, un altro medico mi chiama, stavolta più anziano. Ormai è mattina. Raccoglie i dati e fa domande sul suo precedente stato di salute generale, in modo da salvare tutto al computer e quindi nel sistema informativo dell’ospedale. Subito dopo mi mostra, sempre al PC, l’esito della TAC. Ovviamente non capisco nel dettaglio le immagini, che a lui risultano invece chiarissime: mi indica le zone di diverso colore della sua testa che evidenziano “palesemente” l’emorragia.

“Cosa farete adesso?”

Mi risponde che entro poche ore sosterrà un esame, o meglio un piccolo intervento, un’angiografia cerebrale con cui i neuroradiologi  tenteranno di chiudere l’emorragia isolando l’aneurisma, ormai rotto.

“Se ci riusciranno” , aggiunge.

In caso negativo,l’intervento dovrà essere per forza di cose più invasivo: apertura del cranio,con una  durata decisamente maggiore… aumentando anche il pericolo.

“E’ a rischio di vita?”

Il neurochirurgo, non più giovane ormai, mi guarda freddamente negli occhi.“Si”.

Tuttavia, con un sorriso affettuoso, mi consiglia di non pensare a questo.

Nel frattempo arriva anche mio fratello. Lo vede in barella, si avvicina lentamente e mi chiede spiegazioni.

La mia risposta lo lascia basito. Si allontana per avvertire la moglie circa la gravità della situazione.

Mentre siamo nuovamente tutti vicini a lui, ascoltando impotenti i suoi lamenti sul tremendo mal di testa che lo sta sfiancando e rendendo poco lucido, gli infermieri ci avvertono che tutto è pronto, al piano di sotto, per l’intervento. Scendo con lui, sempre immobile sulla barella, in ascensore.

Giunti sul posto, l’ennesimo medico, anch’egli all’apparenza molto esperto, si avvicina.

Ci dice che sarà lui a eseguirlo mediante una raffinata tecnica di neuroradiologia interventistica chiamata “embolizzazione”. Dopo averlo preso in consegna, per ingannare il tempo dell’attesa, che durerà almeno un paio di ore, leggo su internet di cosa si tratta: in pratica,dopo l’anestesia generale, un microcatetere flessibile verrà inserito nell’arteria femorale e arriverà, dalla gamba, fino alla testa fermando l’emorragia mediante l’applicazione di piccoli stent o filamenti metallici, in grado di escludere l’aneurisma dal circolo sanguineo.

Tutto chiaro, o quasi. Speriamo abbia successo.

Passano meno di 3 ore e finalmente l’intervento termina.

“Perfettamente riuscito”.

Un primo sospiro di sollievo; ma la battaglia è tutt’altro che alla fine.

Torniamo in reparto, su al terzo piano. Una piccola stanza con un altro paziente oltre a lui.

Inizia così una lunga serie di settimane in cui non lo lasciamo mai solo, giorno e notte; un familiare sempre presente ad accudirlo; nel suo stato, infatti, non riuscirebbe a chiamare un infermiere in caso di necessità. Anzi, ha una flebo al braccio e l’ossigenazione al naso che lo rendono, progressivamente, sempre più nervoso. Vorrebbe staccare tutto, scendere, senza sapere che cadrebbe miseramente a terra un secondo dopo.

Ci muoviamo come una squadra, dandoci il cambio senza accusare fatica. Uno resta la mattina, l’altro arriva il pomeriggio e infine qualcuno per la notte. Mia mamma in primis, ma poi noi figli e anche diversi zii, tutti uniti per lui e la sua guarigione.

La notte soprattutto, non riuscendo a riposare, sia per il mal di testa che per l’inquietudine, è una vera battaglia; occorre guardarlo praticamente sempre, senza potersi distrarre un attimo. Figurarsi dormire, anche solo per un’ora!

Dopo qualche giorno il timore di ulteriori crisi fatali, sempre possibili in questi casi, tende a diradarsi e, con questo, l’ottimismo dei medici e nostro migliora. Tuttavia in agguato c’è una nuova fase: con il recupero dello stato di coscienza si alternano momenti in cui trattenerlo a letto è sempre più difficile ad altri, surreali, in cui, come previsto da chi lo sta curando, insorgono strane allucinazioni.

Piccole crepe nei muri della camera diventano per lui insetti, l’infermeria che si intravede in parte viene percepita come una pasticceria;e poi, chi sa perché, una richiesta continua di un limone per poterlo premere in acqua, da chiedere sempre ai pasticcieri, nella realtà medici o infermieri.

Tutto previsto ma, di fronte a questo spettacolo, l’angoscia per il futuro è inevitabile: e se queste allucinazioni fossero il sintomo di danni cerebrali? Occorre attendere, questo ci viene detto.

E noi, pazienti, attendiamo. Diventa una gara: il paziente, lui, contro di noi, ancora più pazienti.

D’altro canto, i neurochirurghi non possono prevedere cosa accadrà in quel cervello. Anche loro, capaci di salvare vite umane ormai ad un passo dalla fine, sono allo stesso tempo impotenti di fronte alle dinamiche che si instaurano, successivamente, tra i miliardi di neuroni cerebrali.

Passano altri giorni, le allucinazioni fortunatamente scompaiono; con esse anche il mal di testa. Resta invece la rabbia per il ritrovarsi nel letto, senza poter scendere. A volte ci impone di aiutarlo ad alzarsi e, stremati, lo facciamo, correndo il rischio concreto di cadere, assieme, facendoci del male.

Passano ancora altri giorni.

Dopo più di 2 settimane, tuttavia, la situazione migliora, non perché non sia più allettato, ma perché i medici, con una nuova TAC, constatano che l’emorragia si è assorbita del tutto e danni permanenti sembrano esclusi. Nessuna paralisi agli arti e nessun danno alle capacità cognitive.

In pratica un miracolo!

Occorre adesso un periodo di riabilitazione motoria da fare in una clinica specializzata.

Corriamo a prendere informazioni e ne troviamo una, validissima, a Capodimonte. Un nome evocativo: Hermitage, come l’antica e mastodontica residenza degli Zar russi. Vado a visitarla: è immersa nel verde, ha ampi spazi, palestre e ogni cosa che possa servire in questi casi. Chi la conosce mi dice che è un centro di eccellenza.

Riusciamo a organizzare il trasferimento: lasciamo l’Ospedale, in ambulanza, ma carichi di speranza.

La clinica ci accoglie con professionalità e un senso di umanità che ci conforta. Ora tocca a lui: deve mettercela tutta altrimenti la fisioterapia sarà inutile.

Tocca anche a noi, ovviamente, perché lasciarlo solo sarebbe ancora troppo rischioso. Lo facciamo, stringendo i denti assieme a lui.

Per più di 30 giorni quella diventa una sorta di seconda casa, tanto da familiarizzare con medici, infermieri ed altri ammalati.

Un tempo lungo ma i risultati, giorno dopo giorno, si vedono.

A parte un unico grosso spavento causato da una caduta notturna in uno dei rarissimi momenti in cui la persona che era con lui aveva ceduto al sonno, solo per una grande fortuna senza gravi conseguenze, il miglioramento è infatti costante e forte: passa dal letto alla sedia a rotelle, poi al girello per i primi passi in autonomia e, infine, dopo poco più di un mese, eccolo che cammina da solo, quasi come al giorno prima che tutto iniziasse.

Roba da non credere. Vittoria!

Papà sembra rinato. La persona a rischio di vita, dolorante, a letto con flebo, nervosismo e allucinazioni è ormai un ricordo.

E’ tempo di tornare a casa. Per lui ma anche per mia mamma, sempre presente ogni giorno al suo fianco, con pazienza da incorniciare. E infine anche per noi, figli, zii e amici, capaci di essere sempre presenti al momento utile.

La fortuna lo ha baciato. Tuttavia, senza il contorno, fatto di amore e assistenza, sarebbe forse stata insufficiente.

Non basta dunque essere fortunati, ma occorre essere anche determinati. Essere bravi.

Lui lo è stato, noi anche.

Prendo la macchina e la sposto dal parcheggio, dirigendomi verso l’uscita; ad aspettarmi c’è lui, sorridente, insieme a mia mamma.

Ci voltiamo a guardare, sereni, la grande facciata bianca della clinica per un’ultima volta. Fa caldo e c’è un bel sole.

Ma adesso dobbiamo andare. E siamo felici di farlo.

 

 

Giancarlo  Avolio

 

 

 

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